Iran in marcia
Scritto da jimmi il 29 luglio 2009Sono tornato ieri dal mio breve viaggio a Tehran. A causa della censura su intenet questa volta ho avuto parecchi problemi per leggere la posta e postare articoli. È evidente uno stato di generale fermento a cui tutti vogliono partecipare senza i timori del passato.
Una sera dall’albergo ho visto passare un corteo di giovani, saranno stati alcune decine, chiassosi e veloci, ma niente polizia intorno. I miei ospiti mi hanno fatto notare che le manifestazioni avvengono sempre di sera, dopo che tutti hanno terminato la giornata di lavoro, e questo evita grosse interferenze con le attività della capitale. La protesta comunque procede ininterrotta ogni giorno, e si attende con trepidazione il giorno dell’insediamento, il prossimo cinque agosto.
Mi hanno spiegato che ci sono due tipi di manifestazioni: quelle a cui partecipano gente di tutte le età, più tranquille ed educate, e quelle a cui partecipano in prevalenza giovani sotto i vent’anni, più scalmanate. Queste seconde sono quelle dove normalmente ci scappano gli incidenti e in cui sono avvenute la maggior parte delle morti.
Secondo le mie fonti dei giovani è anche il merito di aver dato inizio a questo movimento in quanto le generazioni che hanno vissuto la guerra con l’Iraq con tutte le sue tragiche conseguenze, sono più timorose e di propria iniziativa non si sarebbero mai opposte in modo così radicale al regime.
Ora comunque tutti vogliono esser coinvolti, tutti ne vogliono parlare. FIno a pochi anni fa quando iniziavi a parlare di politica con qualcuno notavi una certa reticenza, la gente istintivamente abbassava la voce e si guardava intorno; all’interno degli enti governativi poi l’argomento era tabù. Oggi sembra che la gente voglia togliersi un peso e chiunque, dovunque ti parla di quello che sta accadendo, delle loro impressioni e speranze. Mi è successo addirittura che un funzionario di un ente governativo ha iniziato lui spontaneamente nel suo ufficio a parlarmi dei fatti e delle opinioni.
Dal mio personale sondaggio, sicuramente poco rappresentativo, risulta che la maggioranza pensa che Ahmadinejad avrebbe comunque vinto le elezioni, anche se con una percentuale molto più risicata di quel sessantadue percento comunicato ufficialmente. Vi è comunque chi pensa che in realtà a lui sono andati non più di sette milioni di voti, meno di un terzo dei ventiquattro milioni e mezzo ufficiali.
Come dicevo sopra la censura su inetrnet è abbastanza pesante: tutti i più grossi Social Network, Facebook, Twitter e Youtube, sono inaccessibili normalmente. Ovviamente i mezzi per raggiungerli ci sono ugualmente, e li ho visti usare da gente che con l’informatica non ha molta dimestichezza, ma che per l’occasione si è trasformata in hacker esperto. La censura finisce per creare problemi alla navigazione in generale: ad esempio il mio dominio è accessibile a spot, come se le tabelle dei DNS fossero continuamente aggiornate con dati discordanti. Oppure coinvolge siti che poco hanno a che fare con la protesta: ad esempio se si cerca di raggiungere il blog del buon Mantellini si finisce su una pagina come questa.
Prima del viaggio ero convinto che la rivolta nascesse principalmente dalla frustrazione della classe media trovandosi ad un passo dalle possibilità di arricchimento dell’economia di mercato si sono viste chiudere la porta dall’isolamento internazionale provocato dal comportamento del governo. Le persone con cui ho parlato invece sono tutte concordi con l’escludere motivazioni economiche per le proteste in corso, rivendicandone invece basi prettamente politiche, specialmente tra i più giovani.
Questo mi ha fatto provare un poco di invidia, ricordandomi molto da vicino il settantasette, la mia gioventù di protesta, il fermento ed i sogni di allora, la comunione di intenti con tanta parte della società, coetanei e non, ma soprattutto la netta sensazione che potevamo veramente cambiare il mondo e decidere del nostro futuro. Per questo auguro a questo movimento tanta fortuna, e spero che non debbano ritrovarsi tra trent’anni ad acclamare un affarista puttaniere.


