Remix
Scritto da jimmi il 4 giugno 2009Mi ha colpito la prefazione di Lawrence Lessig a Remix, l’ultimo suo libro, ed ho così deciso di tradurne un’estratto che condivido qui con voi.
Agli inizi del 2007 ero a una cena con alcuni amici a Berlino. Dopo una discussione sempre più intensa circa le minacce di cambiamento climatico, un ardente americano al tavolo sbottò: “Dobbiamo dichiarare guerra al carbone, i governi devono mobilitarsi. Mettiamo in marcia le nostre truppe!”. Quindi si lasciò cadere sulla sedia, orgoglioso della sua forte affermazione, servendosi un pò troppo abbondantemente del costoso vino rosso.
Era ovvio che il mio amico parlava metaforicamente. Il carbone non è un “nemico”. Nessun marine americano potrebbe combatterlo. Guardando attorno al tavolo notai però una sorta di reticenza tra i tedeschi. “Cosa significa questo sguardo?” chiesi ad uno dei miei amici. Dopo una piccola pausa, egli quasi sussurrò: “Ai tedeschi non piace la guerra”. La risposta accese in me uno di quei rari momenti di intuizione. Naturalmente nessuno stava parlando di usare armi per combattere il carbone. E nemmeno gli inquinatori. Però, per ovvie ragioni, in Germania ogni idea associata alla guerra ha una connotazione fortemente negativa. L’intera nazione, ma specialmente Berlino, è avvolta nel costante ricordo dei costi che hanno significato i due conflitti del ventesimo secolo.
Invece in America, associare qualcosa alla guerra non è necessariamente negativo. Non voglio dire che siamo un popolo amante della guerra; voglio dire che la nostra storia ci permette di simpatizzare con l’idea di dichiarare guerra. Non come scelta, ma come rimedio ad un grosso sbaglio. La guerra è un sacrificio che abbiamo compiuto, e almeno in un caso recente, un sacrificio che ottenne ottimi risultati. Abbiamo quindi idealizzato questo sacrificio.
Questa idealizzazione permette alla metafora di allargarsi ad altri conflitti, politici o sociali. Come i professori George Lakoff e Mark Johnson [...] dissero, discutendo l’idea di “equivalente morale della guerra” del Presidente Carter:
C’era un “nemico”, una “minaccia alla sicurezza nazionale”, che richiese di “individuare obbiettivi”, “riorganizzare le priorità”, “stabilire una nuova catena di comando”, “definire nuove strategie”, “raccogliere informazioni”, “dispiegare le forze”, “imporre sanzioni”, “richiedere sacrifici”, e ancora e ancora. La metafora della guerra evidenziò alcune realtà e ne nascose altre. La metafora non fu solo un modo di vedere la realtà; costituì una licenza per cambiare le regole e per azioni politiche o economiche. La piena accettazione della metafora giustificò certe interferenze: c’era un nemico esterno, straniero e ostile (che nei fumetti appariva con il copricapo arabo); bisognava dare massima priorità alle energie; la popolazione avrebbe dovuto fare sacrifici; se non contrastavamo la minaccia potevamo non sopravvivere.
Combattere per la sopravvivenza ha ovvie implicazioni. La vittoria è il solo risultato che uno può accettare, almeno ad alta voce. Il compromesso è sempre rifiutato.
[...] la mia intuizione sulle osservazioni di Lakoff, tuttavia, fu il capire la pericolosità di questi parallelismi quando la metafora della guerra viene applicata in contesti dove non è in gioco la sopravvivenza.
Pensate, ad esempio, alla “guerra alla droga”. Combattere le dannose dipendenze chimiche è senza dubbio un importante obiettivo sociale. Io ho visto di persona gli effetti distruttivi che causa. Ma la metafora della “guerra alla droga” ci impedisce di accorgerci che ci possono essere altri, più importanti obiettivi che la guerra minaccia. Pensate ai termini di carcerazione sorprendentemente lunghi a cui sono sottoposti anche piccoli spacciatori; la Corte Suprema, ad esempio, ha comminato un ergastolo senza possibilità di appello per il possesso di 672 grammi di cocaina. Pensate ai ghetti oppressi dal traffico di droga. Pensate ai governi dell’america latina che non hanno una magistratura indipendente, o anche un’esercito perchè i ricavi prodotti dal proibizionismo permettono ai signori della droga di guadagnarne il controllo. E pensate anche che questa guerra non ha avuto alcun effetto nel sospendere le forniture di droga. Uno non si accorge di queste scomode verità nel mezzo della guerra. Per accorgersi ha bisogno di una tregua. Bisognerebbe fare un passo indietro e domandarsi:”Quanto realmente costa? Il prezzo vale il risultato?”.
Questo libro è stato ispirato dalla guerra del copyright, intesa non come la “guerra” “dichiarata” dai “pirati” al copyright, ma la “guerra” alla “pirateria” che “minaccia” la “sopravvivenza” di alcune importanti industrie americane.
Anche questa guerra ha un importante obiettivo. Il copyright è, almeno dal mio punto di vista, di importanza critica per una società sana. Giustamente bilanciato, è essenziale per ispirare alcune forme di creatività. Senza di esso noi avremo una cultura molto più povera. Con esso, se propriamente applicato, noi creaiamo gli incentivi per la nascita di nuove opere che altrimenti non sarebbero prodotte.
Ma, come tutte le guerre metaforiche, le guerre del copyright non sono conflitti per la sopravvivenza. O almeno non sono conflitti per la sopravvivenza delle persone o delle società, anche se lo sono per la sopravvivenza di certi commerci o, più precisamente, modelli commerciali. Quindi dobbiamo tenere a mente gli altri valori o obiettivi che possono essere influenzati da questa guerra. Dobbiamo essere sicuri che questa guerra non costi più di quanto valga. Dobbiamo essere sicuri che la possiamo vincere, o che la possiamo vincere ad un prezzo ragionevole.
Sono preoccupato per gli effetti che questa guerra ha sui nostri ragazzi. Cosa gli sta facendo questa guerra? Chi li sta facendo diventare? Come sta modificando il loro pensiero circa i comportamenti normali e giusti? Cosa significa per una società il fatto che un’intera generazione venga criminalizzata?
Questa non è una domanda nuova. E’ una domanda che il precedente capo della Motion Picture Association of America, Jack Valenti, pose ripetutamente quando combatteva quella che lui chiamava una “guerra terrorista” contro la “pirateria”. E’ una domanda che pose durante una conferenza ad Harvard la prima volta che dibattemmo la questione. Nella sua brillante ed avvincente apertura, Valenti descrisse un’altra conferenza che lui aveva appena tenuto a Stanford, durante la quale il novanta percento degli studenti confessò di scaricare illegalmente musica da Napster. Egli chiese ad uno studente di difendere questo “furto”. La risposta dello studente fu semplice: Sì, questo può essere un furto, ma lo fanno tutti. Come poteva essere sbagliato? Valenti quindi chiese al suo ospite di Stanford: Cosa insegnate a questi ragazzi? “Che tipo di piattaforma morale sosterrà questi giovani nella loro vita futura?”
[...] la domanda di Valenti è precisamente quella che mi interessa ora: “Che tipo di piattaforma morale sosterrà questi giovani nella loro vita futura?” Per me “questi giovani” sono i miei due giovani figli. Per voi possono essere vostra figlia o vostro nipote. Ma per tutti noi, che abbiamo figli o meno, la domanda di Valenti dovrebbe essere quella che ci preoccupa di più. In un mondo in cui la tecnologia ci spinge a creare e diffondere le nostre creazioni in modo differente da come da come furone create e diffuse prima, che tipo di piattaforma morale sosterrà i nostri ragazzi, quando il loro normale comportamento è considerato criminale? Quali altri crimini sembreranno a loro naturali?
Cosa dovremmo fare se sapessimo che questa guerra contro la “pirateria” come la concepiamo oggi non può essere vinta? Cosa dovremmo fare se sapessimo che in futuro i nostri figli, e i figli dei nostri figli, useranno una rete informatica per accedere a qualsiasi contenuto ogni volta che lo vorranno? Cosa dovremmo fare se sapessimo che in futuro il controllo perfetto sulla distribuzione delle “copie” semplicemente non esisterà?
In quel mondo dovremmo continuare il nostro sacrificio rituale di qualche ragazzo colto a scaricare contenuti? Dovremmo continuare con le espusioni dalle università? Con le minacce di cause multi-milionarie? Dovremmo aumentare la forza con cui combattiamo la guerra contro questi “terroristi”? Dovremo sacrificarne dieci o cento in una prigione federale (perchè le loro azioni secondo le leggi correnti sono reato) così che altri imparino a smettere di fare quanto oggi fanno con sempre maggiore frequenza?
A mio modo di vedere, la soluzione per una guerra che non si può vincere non è combatterla con maggior forza. Almeno quando non si combatte per la sopravvivenza, la soluzione è di cercare la pace, e quindi trovare il modo di ottenere gli stessi risultati senza guerra. Criminalizzare un’intera generazione è un prezzo troppo alto da pagare per qualsiasi fine. Certamente è un prezzo troppo alto per un sistema di copyright creato ormai da più di una generazione.
[...] E’ tempo di smetterla di sprecare le risorse delle corti federali, della polizia e delle nostre università per punire comportamenti che non è necessario punire. E’ tempo di smetterla di sviluppare mezzi che non fanno altro che distruggere la straordinaria connettività ed efficienza della rete. E’ tempo che noi dichiariamo un tregua e cerchiamo una via migliore. E una via migliore significa ridefinire il sistema di leggi che noi chiamiamo copyright in modo che i comportamenti quotidiani e normali non siano chiamati criminali.
[...] Noi abbiamo bisogno, in altre parole, di più umiltà nei regolamenti. Il ventesimo secolo ci ha cambiato in molte ovvie maniere. Ma quello di cui non ci siamo accorti è la presunzione dataci che i regolamenti statali siano plausibilmente corretti. Per quasi tutta la storia degli stati moderni, in discussione non era cosa fosse giusto o sbagliato; in discussione era se fosse possibile immaginare che lo stato ottenesse qualcosa di buono attraverso le leggi. La paura di inevitabile corruzione, almeno in parte, non l’idealismo libertario guidò i nostri legislatori nel limitare l’estensione del governo statale. Il riconoscimento dell’inutilità di certe leggi ha portato i governi a evitare di legiferare in alcuni settori, o deregolamentare dove le leggi non raggiungono lo scopo. Queste sono espressioni storiche di umiltà legislativa, un’atteggiamento mentale comune per quasi tutta la storia umana.
Noi abbiamo scordato questi limiti di umiltà. Ogni volta che qualcosa va storto, il primo istinto dei nostri governanti è quello di inviare l’equivalente legale dei marines. Facciamo le leggi per abolire un comportamento, ma raramente analizziamo come questa legge cambierà i comportamenti. E non valutiamo nemmeno se, nonostante la legge, il comportamento rimane invariato, anche se ora viene definito “criminale”. Se qualcosa non va bene si fa una legge, senza nemmeno valutare delle alternative per evitare una regolamentazione.
[...] Il punto critico che voglio evidenziare in questo libro è che, quando prendiamo questo tipo di decisioni, un fattore che dobbiamo considerare è se il metodo che abbiamo scelto trasforma i nostri ragazzi in criminali. Non è il solo fattore importante, ma è quello che è sempre stato dimenticato quando il Congresso ha valutato la via migliore per gestire l’impatto delle tecnologie digitali sulle industrie che utilizzano il tradizionale sistema di copyright.


